sabato, 31 maggio 2008
Alex Zanotelli22 maggio 2008

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E' agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese. I campi ROM di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne offrono una agghiacciante fotografia dell'Italia 2008.

"Mi vergogno di essere italiano e cristiano", fu la mia reazione rientrato in Italia da Korogocho, all'approvazione della legge Bossi-Fini. (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e xenofobia nella società italiana, cavalcata dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008) e incarnata oggi nel governo Berlusconi. (Posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra da Cofferati a Dominici....) Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano.

Mi vergogno di appartenere ad una società sempre più razzista verso l'altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano che è diventato oggi il nemico per eccellenza.

Mi vergogno di appartenere ad un paese il cui governo ha varato un pacchetto- sicurezza dove essere clandestino è uguale a criminale. Ritengo che non è un crimine migrare, ma che invece criminale è un sistema economico-finanziario mondiale(l'11% della popolazione mondiale consuma l'88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere. L'O.N.U. prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di rifugiati climatici. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri?

Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire. Mi vergogno di appartenere ad un paese che da' la caccia ai ROM come se fossero la feccia della società. Questa è la strada che ci porta dritti all'Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano ROM!). Noi abbiamo fatto dei ROM il nuovo capro espiatorio.

Mi vergogno di appartenere ad un popolo che non si ricorda che è stato fino a ieri un popolo di migranti ("quando gli albanesi eravamo noi"): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all'estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po' ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi? Cos'è che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il BENESSERE? Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro "Paradiso"? E' la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell'Africa all'Europa.

Mi vergogno di appartenere ad un paese che si dice cristiano ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di quel povero Gesù di Nazareth crocifisso fuori le mura e che si è identificato con gli affamati, i carcerati, gli stranieri. "Quello che avrete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me". Come possiamo dirci cristiani mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza mentre ci rifiutiamo di fare le "adozioni da vicino"? Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand'è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile? Come missionario, che da una vita si è impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo. Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani. Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler : "Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i Rom non ho protestato perché non ero un Rom. Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo. Quando alla fine sono venute ad arrestare me non c'era più nessuno a protestare." Non possiamo stare zitti, dobbiamo parlare, gridare, urlare. E' in ballo il futuro del nostro paese, ma soprattutto è in ballo il futuro dell'umanità, anzi della vita stessa. Diamoci da fare perché vinca la vita!
Alex Zanotelli
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giovedì, 29 maggio 2008




Quindici anni fa la strage di Via dei Georgofili a Firenze
Martedì 27 maggio 2008, 15° anniversario della strage di Via dei Georgofili avvenuta a Firenze. Dopo l’autobomba fatta scoppiare a Roma, in Via Ruggero Fauro, il 14 maggio, con l’obiettivo, mancato, di uccidere il giornalista Maurizio Costanzo, Cosa Nostra decise di colpire il cuore del capoluogo della Toscana.

L’autobomba scoppiata in via dei Georgofili causò la morte di cinque persone: Angela e Fabrizio Nencioni, le loro figlie Nadia e Caterina e il giovane studente Dario Capolicchio. I feriti furono 41. Ingenti i danni al patrimonio artistico: fu distrutta la Torre de’ Pulci, seri danni al museo degli Uffizi, a Palazzo Vecchio e alla Chiesa di S. Stefano al Ponte Vecchio. Molte famiglie che abitavano nella zona rimasero senza casa.Per la strage, sulla quale indagò il magistrato Gabriele Chelezzi e Giuseppe Nicolosi, sono stati condannati i vertici della Cupola di Cosa Nostra: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Giovanni Brusca, Giuseppe e Filippo Graviano, Ferro Giuseppe.

La strage, tuttavia, come affermano anche i magistrati non può essere attribuita esclusivamente alla mafia siciliana. Piero Luigi Vigna, ex Procuratore nazionale antimafia, ha parlato di “potere criminale integrato”.

*Per saperne di più*

    - Associazione vittime strage Via dei Georgofili
    ( www.strageviadeigeorgofili.org )

    - Motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione del 6 maggio 2002
    ( www.avvisopubblico.it/categorie/pubblicazionia )

    - Video dello spettacolo Georgofili, una via, una strage, di Saverio Tommasi
    (www.avvisopubblico.it/categorie/foto_video )

    - Via dei Georgofili, la Toscana chiede giustizia per le vittime
    (www.regione.toscana.it/regione/export/RT )
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martedì, 27 maggio 2008
Rethink Capitalism Fare di tutta l'erba un fascio, è sbagliato. Ecco perché non è giusto immaginare gli Stati Uniti d'America come un paese guerrafondaio, con yankee pronti a immolarsi per i più puri valori patriottici. Negli "States", è bene ricordarlo, la coscienza nonviolenta, femminista, pacifista, anticapitalista, ha radici profonde. Non solo carismatici personaggi del passato con la loro eredità, ma anche esempi moderni che vanno contro alla tendenza della società globale e globalizzata. Un esempio è rappresentato da ADBUSTERS, una realtà meravigliosa. Una realtà che informa, col suo giornale bimestrale e con le sue numerose campagne, e che si regge sui contributi di quanti decidono di darle credito (in tutti i sensi).
Ecco come si può contribuire:

Rethink Capitalism
Rethink Capitalism
Rethink Capitalism
Rethink Capitalism 
Rethink Capitalism
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venerdì, 23 maggio 2008
Ore 18. Capaci.
Fiat Croma.
Tritolo.
Giovanni Falcone, Paolo Borsellino
A mezz'asta. Non le bandiere, ma la politica italiana, perché alle onoreficenze ci vanno gli esecutori.
Le bandiere facciamole sventolare, non è una mancanza di rispetto nei confronti di chi si è sacrificato tentando di renderci più liberi. Anzi.



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giovedì, 22 maggio 2008
Prima di postarvi l'articolo che segue, vi incollo un breve e recente scritto di Gennaro Carotenuto (www.gennarocarotenuto.it):

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Verso il fidanzatino quindicenne che uccide perchè non ha più la dignità arcaica di "riparare" ma non ha nemmeno (ancora?) una sensibilità moderna di rispetto e concepisce l’eliminazione fisica del problema, come da copione di diecimila telefilm con i quali è stato bombardato dalla nascita, verso il marito picchiatore che instaura in casa la legge della giungla, verso il ragioniere che va a puttane e si sente libero di prendere loro anche la vita, non c’è pacchetto sicurezza che tenga, non ci sono leggi speciali, rotture di Schengen che servano e non c’è ronda che salvi.

Per quanto arduo e di lunga durata possa apparire c’è solo la cultura che ci può salvare. Se ancora ci si può salvare. Non l’alta cultura, ma la cultura della vita, del rispetto dell’altro, dell’altro donna in questo caso, ma anche dell’altro lavoratore senza diritti, o mille altri esempi. Ovunque ci sia una possibilità di istaurare un rapporto gerarchico (anche solo per forza fisica come avviene tra uomo e donna), un rapporto verticale tra forte e debole, questo va criticato, deve essere oggetto di riflessione e bisogna lavorare per abbattere tale gerarchia.

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Maggio 13, 2008
di Sergio Bontempelli


Tornano in questi giorni, a proposito dei Rom, le infamanti accuse di rapimento
di bambini. Accuse false, inventate e drammaticamente simili a quelle che, solo
pochi secoli fa, colpivano gli ebrei: cerchiamo di ricostruire brevemente le une
e le altre, sul filo della memoria storica.

Dunque, gli zingari ruberebbero i bambini: è quanto si apprende dalla stampa
nazionale di questi giorni, a proposito del caso recentemente accaduto (o
inventato) a Ponticelli, vicino Napoli (che, come riportano le cronache di oggi,
ha avuto un seguito drammatico, con aggressioni e violenze contro i Rom). Una
vicenda dai contorni ancora poco chiari, ma che secondo alcuni quotidiani (il
più convinto sembra Il Giornale) non lascerebbe dubbi. Le cose stanno proprio
così, i Rom rubano davvero i bambini? Vediamo più da vicino…

I Rom, oggi…

Una inchiesta condotta recentemente da Alberto Prunetti, e pubblicata sul blog
Carmilla on-line, ci restituisce alcuni dati interessanti: «Da fonti Reuter, e
sulla base dei dati forniti dalla polizia di stato, i minori scomparsi in Italia
nel periodo 1999-2004 (nella fascia dei minori di 10 anni) sono stati “portati
via” da uno dei genitori per dissidi coniugali o, soprattutto nel caso di
bambini stranieri, sono casi di bambini affidati dal Tribunale dei Minori a
istituti, bambini che vengono “prelevati” da un genitore che si rende poi
irreperibile assieme al figlio. Per quanto riguarda i minori di età tra i 10 e i
14 anni e tra i 15 e i 17 anni, prevalgono tra gli italiani i casi di ragazzi
allontanatisi volontariamente da casa per dissidi familiari, mentre rimangono
presenti tra gli stranieri le fughe, assieme a un genitore, dalle strutture in
cui i minori sono affidati, in maniera coatta, dai Tribunali dei minori (in
questi ultimi casi qualche romantico parlerebbe non di rapimento, ma di
evasione, per intenderci)». Di minori “rubati” dagli zingari, però, non c’è
nessuna traccia negli archivi giudiziari: se venisse confermato dal successivo
processo, quello di Ponticelli sarebbe il primo episodio in Italia. Certo, ci
sono i casi raccontati sui giornali: che però, spesso, si rivelano vere e
proprie bolle di sapone. Qualche esempio lo fornisce lo stesso Prunetti nella
sua inchiesta.

A Lecco, il 14 Febbraio 2005, tre donne rumene sono accusate di aver cercato di
rapire un bambino: la mamma dichiara di aver sentito distintamente le parole
“prendi bimbo, prendi bimbo”. Due delle tre ragazze Rom, difese da un avvocato
d’ufficio, decidono di patteggiare la pena, ma la terza, coraggiosamente,
affronta il processo e viene assolta: i giornali parlano solo delle prime due, e
tacciono sull’assoluzione finale.

Un secondo esempio, molto famoso, è il caso di Denise, oggetto di nuove accuse
contro i Rom in una recente puntata di Chi l’ha visto. Ecco come lo racconta
Prunetti: «Denise Pipitone, tre anni, scompare misteriosamente [nel Settembre
2004 a Mazara del Vallo]. Il fatto ha una enorme eco mediatica e si fanno
ipotesi diverse. Un mese dopo a Milano una guardia giurata vede al mercato una
bambina che gli ricorda Denise (vista in foto sui giornali), assieme ad alcune
“nomadi”. L’uomo scatta alcune foto col suo cellulare e sporge denuncia. Dopo
qualche tempo la polizia identifica la bambina della foto con l’aiuto di alcuni
rom rumeni. Si tratta neanche di una bambina, ma di un bambino rom, figlio di
una coppia che vive in un campo milanese. La notizia (anzi: la smentita) non
viene passata ai giornali, perché riservata a fini investigativi».

Un terzo caso, più recente, è accaduto a Palermo nel Luglio 2007. Una giovane
donna Rom finisce in carcere, accusata di aver tentato il rapimento di un
bambino su una spiaggia. Dopo l’iniziale e consueto battage scandalistico di
giornali e televisioni, il caso si sgonfia: la principale testimone/accusatrice
ammette di non aver visto un tentato rapimento, ma soltanto di essere rimasta
terrorizzata per la presenza della ragazza “zingara”. L’accusa viene
immediatamente ritirata dalla testimone, e la donna Rom esce assolta dal
processo: ma di questo, com’è facile immaginare, i giornali non parleranno.

Insomma, l’accusa di rapimento di bambini come pratica usuale dei Rom è
completamente priva di riscontri. In un altro articolo, pubblicato ancora sul
blog Carmilla online, Prunetti dimostra anzi il contrario: vi sono numerosi casi
di bambini “portati via” alle famiglie Rom. Si tratta di minori nati in Ospedali
italiani e che, per le difficoltà burocratiche di riconoscimento (perchè i
genitori sono apolidi o privi di documenti) vengono alla fine sottratti alle
famiglie e dati in affidamento; oppure di bambini più grandi, in età scolare,
“portati via” su ordine dei Tribunali dei Minori perchè abitano in campi nomadi,
baracche e altri luoghi impropri. In quest’ultimo caso, com’è facile
comprendere, l’essere sottratti alla propria famiglia è una violenza che si
aggiunge a quella del “campo” (dove è bene ricordarlo, i Rom non scelgono di
abitare, ma vi sono costretti).

… e gli ebrei, ieri

Accuse inventate, montature giornalistiche, scandali costruiti “ad arte” che si
sgonfiano nell’arco di pochi giorni: il quadro è straordinariamente (e
drammaticamente) simile a quel che accadeva agli ebrei qualche secolo fa. Anche
loro - secondo l’opinione pubblica e il senso comune dell’epoca - “rubavano i
bambini”, quelli cristiani, per ucciderli e usare il loro sangue a scopo
rituale. Questa leggenda nasce nel Medioevo. Il primo caso attestato risale al
1144, quando nella cittadina inglese di Norwich viene ritrovato il cadavere del
piccolo William: le autorità locali accusano gli ebrei di aver rapito il ragazzo
nel giorno di Pasqua, e di averlo crocifisso, secondo un macabro rituale
consistente nel ripetere il martirio di Gesù Cristo. Mentre il corpo del piccolo
William diventa oggetto di una vera e propria venerazione, l’accusa di rapimento
di bambini - peraltro mai verificata - si diffonde presto in tutta Europa:
episodi simili sono registrati pressochè ovunque, e danno vita a frequenti
persecuzioni, espulsioni e violenze contro le comunità ebraiche. A nulla serve
l’intervento di pontefici e sovrani - a favore degli ebrei si mobiliterà, con
argomenti stringenti e con straordinario coraggio intellettuale, persino
l’Imperatore Federico II.

Nel XIII secolo, alla tradizionale accusa di rapimento di bambini si aggiunge un
nuovo capo di imputazione: secondo le dicerie popolari - sostenute spesso da
autorità religiose locali senza scrupoli - gli ebrei non solo rapiscono i
bambini, non solo li uccidono, ma usano il loro sangue per pratiche liturgiche
pasquali. Il mito dell’omicidio rituale diventa così accusa del sangue: giudici
e inquisitori, chiamati a verificare la fondatezza delle dicerie sui “mostri
ebrei”, non esitano, lungo tutta l’età moderna, a ricorrere alla tortura per
estorcere la piena confessione degli imputati. Così, molti ebrei finiranno per
far “mettere a verbale” accuse false e infamanti, che legittimeranno le
successive condanne a morte.

L’apogeo dell’accusa del sangue si verifica nel 1475 a Trento. Il piccolo
Simone, passato alla storia col nome di Simonino, figlio di un conciacapelli,
scompare misteriosamente la sera del giovedì santo: il suo corpo viene
ritrovato, in condizioni strazianti, in un fosso d’acqua attiguo alla casa di
uno degli esponenti più in vista della locale comunità ebraica. Grazie anche
alle invettive di Bernardino da Feltre, predicatore antisemita senza scrupoli,
la comunità trentina si convince della colpevolezza degli ebrei. La stessa Santa
Sede, che inizialmente - come già aveva fatto in tutti gli altri casi - si
oppone alle persecuzioni contro gli ebrei, alla fine finisce per avallare
(seppur parzialmente e con molti distinguo) la versione degli antisemiti, e per
legittimare il processo. Da allora in poi, senza più ostacoli istituzionali,
l’accusa del sangue dilaga in tutta Europa.

Uno degli studi più attendibili e documentati sull’argomento spiega che l’accusa
del sangue non nasce dall’ingenuità popolare: essa è piuttosto il frutto di una
complessa costruzione istituzionale. «Il mito raggiunge la sua forma compiuta
[...] non tramite il lento, tortuoso e progressivo affastellarsi o agglutinarsi
di credenze e superstizioni popolari, ma grazie ai meccanismi processuali ed
inquisitoriali nei cui ingranaggi gli ebrei vengono scaraventati dalle autorità
ecclesiastiche e secolari di turno [...]. Chiusi i processi e giustiziati gli
imputati il discorso sull’accusa del sangue viene poi articolato dalle élites
secolari, monastiche ed ecclesiastiche che lo diffondono poi con grande impegno
e dispiego di mezzi tra le classi subalterne» [R. Taradel, L'Accusa del Sangue.
Storia politica di un mito antisemita, Editori Riuniti, Roma 2002, pag. 132].

C’è, insomma, poco di spontaneo nell’accusa del sangue: più che rimandare alle
profondità della psiche collettiva, a paure ancestrali o all’ignoranza diffusa,
questa peculiare forma di antisemitismo ci invita a scavare nei meccanismi
(istituzionali, e istituzionalizzati) di costruzione politica del nemico.
Proprio come accade oggi con gli “zingari”, contro i quali si mobilitano non
tanto - e non solo - i timori “spontanei” della gente comune, quanto le
complesse dinamiche della costruzione mediale della paura.

Infine, un altro parallelo tra l’antisemitismo di ieri e l’antiziganismo di oggi
potrebbe (e dovrebbe) far riflettere. Così come oggi non sono i Rom a rapire i
“nostri” bambini, ma sono piuttosto le “nostre” istituzioni a sottrarre i minori
Rom, così allora erano i cristiani a rapire i piccoli ebrei. Ne è testimonianza
il cosiddetto «Affaire Mortara».

Edgardo Mortara è un bambino bolognese figlio di ebrei. La domestica della
famiglia, una cristiana osservante e devota, prende il bambino - che ha appena
un anno - e lo battezza di nascosto. Poi, tempo dopo, racconta tutto al suo
confessore, il quale decide di avvalersi di un complesso meccanismo legale, che
consente di strappare con la forza un bambino battezzato ai suoi genitori non
cristiani. Il parroco attiva in questo senso le autorità ecclesiastiche e, un
mattino del 1858, militari dello Stato pontificio si recano a casa Mortara a
“prelevare” il piccolo Edgardo. Seguirà una lunga vicenda giudiziaria, in cui la
famiglia riuscirà a mobilitare - peraltro senza successo - l’opinione pubblica
internazionale, e persino sovrani cattolici come Napoleone III e Francesco
Giuseppe.
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