
martedì 9 Maggio 1978
ripiegato in un bagagliaio
ucciso dalle
Brigate Rosse
col tacito consenso
del potere

spappolato su una ferrovia
ucciso dalla mafia col tacito consenso del potere
categoria:politica, riflessioni, mafia, stop


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Fallujah...la strage, la vergogna
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Stop alle "tasse" sulle ricariche! Ecco la quinta puntata dell’inchiesta “Papponi di Stato”, firmata da Roberto Poletti e Andrea Scaglia: Poletti, eletto deputato nel 2006 con i Verdi, racconta in prima persona la sua esperienza a Montecitorio, svelando dall’interno privilegi e assurdità del Palazzo. C’è stata questa storia di Mastella messo in croce perché aveva usato l’aereo di Stato per andare al Gran Premio, in realtà aveva chiesto un passaggio a Rutelli che a Monza doveva andarci per consegnare la coppa ai vincitori della gara. E insomma, uno scandalone. Ma dell’uso “allegro” dei voli di Stato, a Palazzo, sanno tutti. Devi andare in visita ufficiale all’estero? Se te la passano, ci unisci anche la tappa che ti riguarda personalmente. Un esempio: Pecoraro Scanio ha in programma un volo in Romania per l’incontro bilaterale con il ministro dell’Ambiente di Bucarest. Ma c’è anche da presenziare alla trasmissione televisiva di Crozza, il comico, (…) segue a pagina 2 (…) quello diventato famoso nella trasmissione di Celentano. Ed ecco la richiesta, inoltrata all’ Ufficio per i voli di Stato di governo e umanitari : “Il ministro dell’Ambiente, On. Alfonso Pecoraro Scanio, per ottemperare ad impegni istituzionali, si recherà a Milano, presso gli studi televisivi di “Crozza Italia”, per un’intervista relativa al suo impegno di governo per quanto riguarda le questioni ambientali”. Seguono indicazioni su orari e delegazione, e poi la chiosa: “Non consentendo gli orari dei voli commerciali al ministro di effettuare la missione in questione, si richiede la concessione di un volo di Stato”. Ora, che ci sia difficoltà a trovare un Roma Milano entro le 15 pare difficile, c’è n’è uno ogni ora o giù di lì. Ma l’andazzo è questo. E non vorrei sembrasse che me la prendo sempre con Pecoraro, tra l’altro l’aereo di Stato per andare da Crozza nemmeno gliel’hanno concesso, ma essendo io deputato dei Verdi è quello che conosco meglio. Ben inteso, tutti gli altri han poco da fare i moralisti: nel 2004, con Berlusconi al governo, sono stati spesi 52 milioni di euro in voli di Stato, 50 nel 2005, e poi 43 nel 2006, poco meno di 30 nel 2007. Impressionante, considerando che agli “aerei blu” hanno diritto il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il presidente della Corte Costituzionale e i membri del governo. QUANTO E’ COMODA LA SALA VIP E gli altri? I deputati “normali”? Ma sì, che anche loro se la girano alla grande, certo non con gli aerei di Stato, lì sopra eventualmente ci scappa qualche passaggio, alla Mastella . Torniamo allora alle famose “tesserine”, quelle che come d’incanto aprono a noi onorevoli porte serrate per i comuni mortali. Ho già raccontato del lasciapassare per parcheggiare gratis l’auto negli aeroporti di Linate e Malpensa. E se la macchina la devi lasciar lì per tutte le vacanze, bhè, nessun problema, ce la lasci a costo zero. Basta almeno che sia quella con la targa accreditata. Ricevo infatti un avviso dal Direttore relazioni esterne Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, indirizzato a tutti i deputati e senatori e parlamentari europei, che dopo aver sottolineato come “a volte l’utilizzo della tessera non corrisponde a nessun imbarco da parte del titolare della tessera stessa”, chiude così: “Vi ricordiamo che la tessera è strettamente personale, e che il sistema dopo tre passaggi consecutivi di lettura della tessera con targa diversa da quella segnalata, la disabilita automaticamente. Sperando che comprendiate le motivazioni che mi hanno spinto a scrivere la presente…“. Comprendiamo, comprendiamo. Naturalmente, la Sea pensa anche ad alleggerire la sfiancante attesa prima dell’imbarco di noi poveri lavoratori parlamentari: possiamo goderci i comodi divani delle sale Vip, con servizio bar gratis, giornali e riviste gratis, postazioni internet gratis, eventualmente sale riunioni, sempre gratis. Non che sia un privilegio epocale, ma ai viaggiatori normali la tessera che dà diritto all’accesso costa 800 euro l’anno, buttali via. D’altro canto, Alitalia mi comunica che a Fiumicino la sala Club Freccia Alata “vedrà raddoppiati i propri spazi e sarà dotata di nuovi arredi e maggiori comfort”. Evvài. E i severissimi controlli di sicurezza agli imbarchi? Per tutti ma non per noi, noi si passa da dietro, come hostess e steward. Se beccano un viaggiatore che vuol salire sull’aereo con un paio di bottiglie di vino, tanto per fare un esempio, gliele requisiscono. Con i parlamentari non si azzardano. Poi ci sono i voli di trasferimento da e per il Parlamento: come detto, vai all’agenzia di Montecitorio e fai il biglietto. Ora, io abito a Milano, i voli low-cost sono una realtà da tempo, quasi si paga meno che in treno. Ma quando ritiri il tagliandino, c’è stampata anche la tariffa, che io non pago ma è quella che va ad incidere sulle casse statali. E allora, ecco: Linate-Fiumicino andata e ritorno al modico costo di euro 625. Seicentoventicinque euro, tantissimo. Vabbè: diciamo che anche in questo modo si cerca di dare una mano alla malmessa Alitalia. Senza contare che più la tariffa è alta, più si ricarica la tessera “Mille Miglia”, che se accumuli un tot di punti poi ti regalano il volo per dove vuoi. E anche questo non fa schifo. Ecco perché sono preferiti i biglietti “aperti”: quelli con andata e ritorno già fissati costerebbero anche il 75 per cento in meno. Discorso a parte meritano le “missioni” organizzate da commissioni, giunte e comitati vari, che tra l’altro giustificano il deputato per l’eventuale assenza dall’Aula, permettendogli di incassare la diaria. E guardate, in questo caso non è che si vuole necessariamente fare il solito discorso sul magna magna , “i deputati fanno finta di lavorare e invece si fanno le vacanze all’estero tanto paga lo Stato”. Il punto è anche un altro: sei onorevole, e subito ti senti Henry Kissinger. E per passare alla storia, o più semplicemente per guadagnare un po’ di visibilità, ti prendi in carico casi importanti, magari diplomaticamente delicati, senza avere l’autorità né gli strumenti per risolvere alcunché. T’improvvisi ministro degli Esteri, col risultato che rischi di alimentare illusioni, o addirittura di fare dei danni. E quindi, c’è questo Britel Abou Elkassim che è detenuto in Marocco. Una storia drammatica: l’imputazione è di associazione sovversiva, in pratica è accusato di essere un terrorista anche e soprattutto per l’attività che si sospetta abbia svolto in Italia. Perché Britel è cittadino italiano, è sposato con un’italiana, viveva a Bergamo, e i nostri giudici hanno concluso le indagini definendo le accuse totalmente insussistenti, archiviando il caso. Ma lui rimane in galera in Marocco. A Montecitorio circola la petizione per chiederne la grazia al re Mohammed VI, la firmano in cento, in questi casi la firma su una petizione non si nega mai. Magari senza neppure leggerne il testo, giusto per togliersi dalle scatole il collega petulante. S’incaricano di recapitare la richiesta due rifondaroli, Ezio Locatelli e Khalil Alì (più noto come Alì Raschid), e il sottoscritto. Si parte, cinque giorni di missione, con la moglie di Britel che spera e ci crede, tra l’altro al re stava per nascere la prima figlia e in segno di giubilo erano state annunciate amnistie e atti di clemenza. L’ambasciata italiana in Marocco si mette naturalmente a disposizione: ambasciatore in persona, poi funzionari, autisti, interpreti e tutto il contorno. Per consegnare la petizione, incontriamo e parliamo con il ministro di Sua Maestà, che annuisce ma si vede che neanche ci ascolta, poi andiamo anche in carcere ad incontrare Britel, lui ci ringrazia e piange. Torniamo in Italia. Nulla si muove, tutto resta come prima. È passato più di un anno, Britel è ancora in galera, speriamo che tra le mura della cella marocchina non gli abbiano fatto pagare il clamore provocato dalla spedizione di tre signor nessuno. Quel che ci resta è l’insopportabile impressione di aver alimentato unicamente la nostra vanità, oltre a qualche fotografia che ci siamo scattati a vicenda in abiti maghrebini e al ricordo del ricevimento all’ambasciata organizzato in nostro onore. No, non siamo Henry Kissinger. E nemmeno D’Alema. GENOVA VERDE Meglio ripiegare sul territorio nazionale. Allora, ci sono le elezioni comunali a Genova. Un appuntamento importante, tornata amministrativa a un anno dall’elezione di Prodi, per il centrosinistra il capoluogo ligure è vetrina nazionale. Ma la situazione è complicata: Cristina Morelli, capogruppo dei Verdi in Regione, e Luca Dall’Orto, assessore comunale all’Ambiente, i due esponenti di spicco del partito in Liguria, avevano celebrato la loro storia d’amore con un simbolico Pacs a Roma, in piazza Farnese. Ma adesso pare siano in lite, la campagna elettorale rischia di esserne penalizzata. E non c’è da meravigliarsi né scandalizzarsi, la politica è condizionata anche da vicende come questa, e molto più spesso di quanto si pensi. Comunque, il partito mi invia quasi fossi commissario nazionale, tra le altre cose devo anche fare da paciere. Mi trasferisco a casa di Cristina per qualche settimana, lei è gentile e ospitale, non fosse per i suoi 7-gatti-7 che, lo dico da amante degli animali, alla lunga sono un po’ un tormento, te li trovi dappertutto, «e guarda Bibì, e che simpatica Mimì, e vieni qui Cicì» , grande sensibilità ma insomma la casa è tutta un pelo, e io sono anche un po’ allergico. E poi lei è vegetariana, al ristorante mi fa dei gran cazziatoni quando ordino carne e pesce, «sei un assassino» , che ci sono volte che penso a Luca e non so perché ma gli sono vicino. Alla fine, la coppia scoppiata si dimostra responsabile, mettono da parte i contrasti domestici e affrontano da persone civili la campagna elettorale. Nel frattempo, devo anche volare a Roma per parlare con Pannella e contrattare l’apparentamento in loco con i Radicali, mi sorbisco ore di comizio, Marcone non smette di parlare nemmeno se gli spari, fatto sta che l’accordo si fa, entrano nelle nostre liste. Alla fine, tutto va come deve: a Genova vince la candidata sostenuta anche dai Verdi. Obiettivo raggiunto. Già che son lì, mi metto a girare e vado a vedere di persona situazioni che m’interessa affrontare, chissà mai che possa combinare qualcosa “per la gente”, come si dice. C’è la questione della discarica di Monte Scarpino, in provincia di Genova, pare vogliano piazzarci un inceneritore e i residenti sono parecchio arrabbiati. In effetti, mi sembra che il problema esista, le persone mi accompagnano e spiegano, nei pressi delle scuole passano decine di camion al giorno, la gente s’ammala e muore. Preparo un’interrogazione parlamentare che avrei presentato al ministro, il “mio” ministro, nel senso che è dei Verdi. Niente da fare: il presidente della Camera Bertinotti la dichiara inammissibile. Certamente sarò stato io a formularla non nella maniera burocraticamente corretta, resta il fatto che la sensazione d’inutilità cresce in me ogni giorno di più. Poi c’è il Parco del Tigullio. Vedo che al partito interessa quest’eventualità di creare un parco marino e terrestre del Levante, esteso fino a Moneglia e comprendente anche quello di Portofino. M’incarico io di portare avanti la questione, preannuncio una proposta parlamentare. E allora riunioni su riunioni, con il paradosso che lo stesso Consiglio Provinciale ulivista, Verdi compresi, dibatte e boccia l’idea, lamentandosi perché «è caduta dall’alto». Ma il progetto non è mai stato nemmeno presentato. Un’altra marea di parole sul nulla. PROMESSE AL VENTO Infine, questa storia del leccio, che poi è un albero tipo quercia. Un incubo. Spiego: vado con Pecoraro a Sestri Levante, siamo in campagna elettorale e bisogna dar ascolto e promettere qualcosa a tutti. Il sindaco ci racconta di questo misterioso delitto, ignoti hanno avvelenato il leccio secolare che domina la passeggiata a mare. Vane si sono rivelate tutte le cure straordinarie, gli esperti che l’hanno visitato hanno emesso la diagnosi che è una condanna: signori, abbiamo fatto di tutto, ma purtroppo bisogna abbatterlo. Per la cittadina è una tragedia, il sindaco ci chiede di far qualcosa: «Qui ci vuole un altro leccio, ministro, onorevole, pensateci voi». La vicenda è simbolica, rimbalza sulla stampa locale. Pecoraro dice che sì, un nuovo leccio si può trovare, se ne interesserà personalmente. Poi ce ne andiamo e mi passa la palla, «di ’sta storia occupatene tu». Da allora - e lo dico anche ai cittadini di Sestri, in senso positivo - il sindaco non molla più la presa. Telefona, scrive, mi invia anche un’e-mail con le caratteristiche che deve avere il nuovo albero - “asse diritto dalla base alla punta, fusto sano senza ferite, circonferenza del fusto a m. 1 da terra cm. 60/70, apparato radicale che abbia subito prima che la pianta sia stata messa in vaso almeno tre trapianti di cui l’ultimo da non più di tre anni”. Mesi di persecuzione, e arrivo a pensare che, porcamiseria, potrebbe anche pagarselo il Comune, il leccio. Ma poi mi dico che ha ragione lui, d’altronde gli era stato promesso. La realtà è che, per noi deputati, è più utile pontificare sui massimi sistemi che far piantare un albero in riva al mare. E poi, accidenti, quante promesse gettate al vento. E poi le “missioni” organizzate da commissioni, giunte e comitati vari. Non c’è solo il solito discorso tipo “i deputati si fanno le vacanze all’estero tanto paga lo Stato”. Il punto è anche un altro: sei onorevole, e subito ti senti Henry Kissinger. Ti prendi in carico casi diplomaticamente delicati, senza avere strumenti né autorità per risolverli. T’improvvisi ministro degli Esteri, ma rischi solo di alimentare illusioni o fare danni. Ci sono i voli di trasferimento da e per il Parlamento: come detto, vai all’agenzia di Montecitorio e fai il biglietto. Ora, io abito a Milano, i voli low-cost sono una realtà da tempo, quasi si paga meno che in treno. Ma quando ritiri il tagliandino, c’è stampata anche la tariffa, che io non pago ma è quella che va ad incidere sulle casse statali. E allora, ecco: Linate-Fiumicino andata e ritorno al modico costo di euro 625 [il biglietto è pubblicato qui sopra]. Seicentoventicinque euro, tantissimo. La Sea, società che gestisce gli aeroporti milanesi, manda una lettrera a deputati e senatori, cui ha concesso la tessera che permette di parcheggiare gratis. Nell’avviso [pubblicato qui sotto], si sottolinea che “a volte l’utilizzo della tessera non corrisponde a nessun imbarco da parte del titolare”, e chiude comunicando che “dopo tre passaggi consecutivi di targhe diverse da quella segnalata, sarà disabilitata automaticamente. Sperando comprendiate le motivazioni che hanno spinto a scrivere la presente…”. Comprendiamo. L’andazzo sull’uso disinvolto degli “aerei blu” è questo. E non si tratta soltanto di Pecoraro Scanio, tutti gli altri han poco da fare i moralisti: nel 2004, con Berlusconi al governo, sono stati spesi 52 milioni di euro proprio in voli di Stato, 50 nel 2005, e poi 43 nel 2006, poco meno di 30 nel 2007. Quel che ci resta dopo la missione in Marocco è l’insopportabile impressione di aver alimentato unicamente la nostra vanità, oltre a qualche fotografia che ci siamo scattati a vicenda in abiti maghrebini e al ricordo del ricevimento all’ambasciata organizzato in nostro onore. Fonte Quotidiano Libero del 22 marzo 2008 Grazie a www.troviamoibambini.it Papponi di Stato - Quarta puntata di Roberto Poletti e Andrea Scaglia Ma adesso, per favore, adesso non si dica che a Montecitorio non lavoriamo mai. Non è così. Prendiamo la Finanziaria, la legge di bilancio, quella in base alla quale il governo decide come e dove spendere i soldi. Quello sì che è un periodo caldo, anche se arriva prima di Natale. Lo si comincia a capire dagli sms: già durante l’anno ne arrivano parecchi al giorno, “presenziare alla tal riunione”, “voto in Aula sulla tal questione”, ma quando c’è di mezzo la Finanziaria è un continuo, il cellulare manda trillini d’avviso ogni tre minuti. E poi fax ed e-mail di convocazione, decine e decine e decine, carta e carta e ancora carta, un settimanale ha calcolato che soltanto per le convocazioni via fax degli organi della Camera vengono spesi 200mila euro ogni anno. E insomma, sulla Finanziaria tutti i deputati sono chiamati a raccolta, prima in Commissione per mettere a punto i capitoli di spesa, poi in emiciclo, quando c’è da votare. In realtà, c’è da dire che si tratta dell’ennesima occasione in cui ti rendi conto che, su 630 onorevoli, quelli che effettivamente hanno voce in capitolo sono sì e no un decimo, ed è un calcolo per eccesso. A decidere è il segretario di partito, che nel mio caso è anche ministro, insieme con gli altri esponenti di governo. Al limite, ne può parlare con il capogruppo e qualche altro fedelissimo. A tutti gli altri non re -sta che schiacciare il bottone a comando. Salvo prima sorbirsi le relazioni introduttive dei vari sottosegretari, spesso sconosciuti agli stessi deputati, che vengono a spiegare la rava e la fava, e tu fai finta d’ascoltare, già sapendo che la “disciplina di coalizione” t’impedirà di ragionare con la tua, di testa. L’INCONTRO CON PADOA-SCHIOPPA PASSATEMPI TRA UN VOTO E L’ALTRO La Finanziaria, dicevo. È un caos totale, il Palazzo impazzisce. I tempi sono contingentati, le sedute si prolungano fino a notte fonda, c’è chi si addormenta in Aula e sui divanetti, si organizzano i turni per andare a mangiare, tanto il ristorante è sempre aperto, «voti tu per me?poi ti copro io», la sigaretta è pressoché libera. Gli avvocati si portano le pratiche più urgenti, già che ci sono gli danno un’occhiata, d’altronde a Montecitorio i doppiolavoristi non hanno bisogno di nascondersi. Altri giochicchiano con il telefonino, c’è addirittura chi si diverte con queste chat erotiche, poi se le guardano a vicenda e sghignazzano. Uno spettacolo deprimente, questa è la verità, e lo dico senza il minimo snobismo, io ci sono in mezzo, sono uno dei commedianti, e pagato per questo, per giunta. I gruppi parlamentari si riuniscono continuamente, ma sono pantomime, alla fine delle quali il segretario o il capogruppo ti dice come votare, peraltro in questa legislatura è il Senato a essere in bilico, alla Camera non puoi nemmeno pensare a un “dispetto”, nel senso che non avrebbe alcuna incidenza. Nei corridoi incontri i ministri che corrono da una parte all’altra, a notte fonda qualcuno ha sbagliato a votare oppure il tal gruppetto ha voluto mandare un avvertimento al governo, dal boato si capisce che è passato un emendamento dell’opposizione, ma l’argomento è secondario, cambia nulla. Poi c’è la Galleria dei Presidenti, in cui i deputati possono ricevere le visite, e lì incontri i rappresentanti delle varie lobby, quelli interessati a che passi questo o quel provvedimento, e cercano di convincerti. Anzi, l’emendamento te lo portano direttamente loro, già bell’e scritto, «allora, cosa dici lo presenti tu?», magari trovi la questione effettivamente interessante ma fai loro presente che comunque saresti l’unico a sostenerlo, e loro non fanno una piega, «tu presentalo, che noi siamo già in contatto con altri onorevoli…» . E c’è caso che nemmeno tanto velatamente ti propongano una contropartita in denaro. Cioè, per dirla chiara, se presenti il loro emendamento ti danno dei soldi. A me è successo. Ho rifiutato. E nel mezzo di questo gran mercato delle vacche non è raro assistere a dei gran litigi, ne ricordo uno alla buvette tra il nostro capogruppo Bonelli e il ministro Bersani finito a grida e minacce, «io questo non te lo voto!!», ma poi in genere rientra tutto. Magari, se sei fortunato, riesci a strappare al governo una “raccomandazione” su un determinato problema, che non vuol dire nulla ma puoi in seguito esibirla nel tuo collegio e spacciarla per un grande successo, «visto che sto lavorando per voi?». Che tristezza. ANDATA E RITORNO IO VADO CON MUSSI LA LEGGE-MANCIA IL RAPPORTO CON I GIORNALISTI Certo, come direbbe lo psichiatra, quello tra politica e stampa è un rapporto border-line. Noi deputati di seconda fila spacciamo le informazioni di cui siamo a conoscenza, soprattutto i ricercatissimi retroscena, che quasi sempre sono pettegolezzi di quarta mano, e spesso si riducono a impressioni su ciò che sta per accadere, e a volte ce le inventiamo di sana pianta, magari per mettere in difficoltà il rivale politico che nemmeno tanto raramente è dello stesso partito. In cambio, chiediamo un po’ di spazio sul giornale per le nostre iniziative, le proposte che sappiamo non avranno mai seguitola dichiarazione che serve per far vedere al “mondo esterno” che esistiamo. INTERROGAZIONI A COMANDO Il gioco di sponda prevede poi le cosiddette “interrogazioni a comando”. C’è il giornale che fa l’inchiesta, l’articolista ti chiama, «perché non sollevi il caso?». Tu prepari l’interrogazione e la presenti. La risposta del governo arriva dopo mesi (se arriva). Ma il giornale può esultare: “I lcaso X arriva in Parlamento”. E anche i tuoi elettori sono contenti. OCCHIO ALLE INTERCETTAZIONI E sempre a proposito di intercettazioni, è davvero comico come hanno cambiato le abitudini telefoniche degli onorevoli, anche quando nulla hanno da nascondere. Ormai si parla solo per metafore, col risultato che le conversazioni durano il doppio. «Ciao Polettì, senti, hai poi parlato con quello per quell’altra cosa là?». PANTOMIMA CONTRO I PRIVILEGI È un mondo del tutto autoreferenziale, dai politici stessi che si fanno intervistare per denunciare la “politica politicante” a quelli che si autovotano nel sondaggio lanciato da Italia Oggi sui “cento parlamentari da salvare”, e vedi i deputati che compilano la scheda del giornale segnalando il proprio nome, e quando si accorgono che li hai visti sorridono imbarazzati, «ma sì, dai, è uno scherzo». Il problema semmai nasce quando proprio i giornali ti pizzicano sul fatto, magari ritirando fuori vecchie dichiarazioni che contraddicono l’immagine che adesso vuoi dare. Io poi, col mio passato in Padania quando la Lega era dura e pura e Bossi chiamava il Nord alla secessione, sono bersaglio facile. Eletto con i Verdi, dunque politicamente alleato con l’estrema sinistra pur non essendo in quasi niente d’accordo con lei, provoco infatti un mezzo coccolone ai miei compagni di schieramento - e anche, a dir la verità, delle occhiate di scherno ai danni del mio gruppo parlamentare, sul genere “visto chi vi siete portati in casa?” - quando proprio Libero ripubblica un articolo da me firmato anni prima, dove parlando di clandestini provocatoriamente mi definivo “razzista” e chiedevo senza giri di parole di “sbattere fuori questi maledetti”. Provate a pensare alla faccia, chessò, dei Comunisti Italiani… Non per discolparmi - e infatti non lo faccio, anzi ci ho parecchio riso su - ma sono figuracce in cui, nel Paese dei ribaltoni e ribaltini, la maggior parte dei parlamentari è incappata almeno una volta. Tanto, la tattica di reazione, a destra e a sinistra, è sempre la stessa: se il giornale è politicamente avverso, meglio controbattere poco o niente, «tanto i nostri non lo leggono». Oppure gridare alla ” strumentalizzazione di parte”. TUTTI IN POSA, C’È LA TIVÙ Un altro show va in onda durante il cosiddetto “question time”. In teoria, è un confronto durante il quale i rappresentanti del governo - ministri o quant’altro - rispondono in Aula alle domande poste dai deputati. In pratica, si trasforma in una vetrina a uso e consumo della televisione, visto che viene trasmesso in diretta dalla Rai. In genere, si tiene il mercoledì. Gli interventi vanno però consegnati entro lunedì a mezzogiorno, dunque le risposte sono preconfezionate. Quasi sempre, l’Aula è semivuota, poiché in quella ora e mezza non si vota, quindi liberi tutti: si riempie soltanto quando vengono affrontati temi particolarmente importanti, e allora tutti presenti, chissà che i giornali non ne parlino. In ogni caso, tra i deputati ci sono gli aficionados del “question time”, ormai espertissimi di regia e inquadrature. Il mio vicino di ufficio Arnold Cassola, per esempio, è bravissimo: lui è stato eletto in una circoscrizione estera, e dunque quelli che l’hanno votato vedono in video quanto si dà da fare, e questa volta non lo dico in senso ironico, si dà da fare davvero. Certo, sugli effetti concreti dei suoi appassionati interventi qualche perplessità rimane. Ma tant’è: l’importante è parlare, qualche traccia resterà. Anche se a volte sarebbe meglio di no. Fonte Quotidiano Libero del 21 marzo 2008 Grazie a www.troviamoibambini.it La sveglia mi urla nell’orecchio. È martedì, primo giorno della settimana lavorativa di noi parlamentari. Il lunedì? Ma no, il lunedì non esiste. I non romani più coscienziosi lo usano per arrivare in città, ma la maggior parte dei deputati forestieri arriva il martedì mattina, con tanti saluti alle prime riunioni, «che cosa vuoi che sia un’assenza, mica siamo a scuola, e poi se non si va in Commissione non c’è conseguenza sullo stipendio». Certo che Roma sa essere bellissima. I primi tempi, il tragitto dalla casa che ho preso in affitto in piazza Navona fino a Montecitorio lo faccio in scooter, tanto c’è il parcheggio della Camera vigilato 24 ore su 24 dai Carabinieri. Poi prendo le misure, e decido che a piedi è anche meglio, ci vogliono dieci minuti a dir tanto. Quando mi alzo presto, cammino fino al bar di fianco alla chiesa di San Luigi dei Francesi, in genere incontrando l’auto blu che porta Andreotti in Senato, lui è sempre il primo ad arrivare, poi bevo il caffè e mi avvio verso piazza del Parlamento. C’è caso di incontrare il leghista Cota che fa jogging nei pressi del Pantheon, magari accompagnato dal compagno di partito Capanni, alzano la mano e mi salutano trafelati, va là che Roma ladrona quasi quasi piace anche a loro, alla fine si sono ambientati più che bene. Il traffico insopportabile della Capitale comincia a rumoreggiare, e Montecitorio entra nella giornata lentamente, i deputati arrivano in ordine sparso con l’inseparabile borsa di pelle, vero status symbol. Un salto alla buvette, altro caffè e via, si comincia. Come detto, il martedì mattina c’è la riunione di Commissione. Il primo voto in Aula è previsto per il pomeriggio, e non è raro che si tenga quando la Commissione è ancora in corso. Ma l’Aula risulta sempre quantomeno mezza piena, d’altronde in questo caso c’è la detrazione di 206 euro se non raggiungi almeno il 30 per cento delle votazioni utili, saltare la seduta sarebbe un delitto, anche se in casi estremi puoi portare la giustificazione, e vai a controllare se è vera. Entrano allora in scena i famosi “pianisti”, quelli che votano anche per gli assenti. Non mi dilungo su una questione su cui si è scritto e filmato e sputtanato più volte. All’inizio te la meni un po’, ma quando capisci che il costume è generale - a destra, a sinistra, al centro - ti adegui. Io qualche volta mi sono messo d’accordo con una collega: se non sono presente ci pensa lei, e viceversa. Una volta ho votato io per tutti quelli del mio gruppo. Ci sono anche i “votatori ufficiali” dei deputati più importanti, che non è raro siano in altre faccende affaccendati, d’altronde loro mica possono perdere tempo in Parlamento: al momento opportuno, tirano fuori le due schede e svolgono diligentemente il compito. Il numero legale, e dunque il controllo dei votanti, viene richiesto solo per le questioni particolarmente delicate, in ogni caso non così frequentemente. Oppure, quando l’Aula appare squallidamente vuota, si procede con il voto per alzata di mano, che per molti è così romantico, «ma sì, fa tanto antica Roma…». In realtà, non essendo registrato con il procedimento elettronico, è del tutto valido ma non conta ai fini della trattenuta. Cioè, se ci sei bene, se non ci sei bene lo stesso: la busta paga non ne soffre. L’IMMAGINE PRIMA DI TUTTO Ed è proprio quando la stampa comincia a denunciare il malcostume dei pianisti, che vengono a galla le tante assenze dei deputati. In questo senso, noi Verdi ci siamo rivelati imbattibili. E allora, ecco puntuale la circolare: “Care e cari - ci scrive Angelo Bonelli, presidente del gruppo parlamentare - come avrete avuto modo di leggere dai più importanti quotidiani nazionali, il gruppo politico dei Verdi viene posto come il meno presente alle votazioni in Aula. Questi articoli certamente non aiutano a costruire una buona immagine del ns. gruppo [eh già, quel che importa è “l’immagine”]. È evidente che ognuno di noi sa quanto partecipa alle votazioni, pertanto sono qui a richiamare con forza una maggiore presenza alle votazioni. Certo di un Vs. cortese riscontro, invio cari saluti”. Gentilmente ricambio. Il mercoledì è di certo la giornata clou. In mattinata, si comincia ancora con la riunione di Commissione, parole parole e ancora parole. I giocatori giramondo della Nazionale parlamentari, che si allenano il martedì sera sul campo militare della Cecchignola - c’è il capitano Manlio Contento di An, il portierone rifondarolo Augusto Rocchi, l’ex pulcino del Catania Salvatore Buglio della Rosa nel Pugno (che però non è stato ricandidato, dunque c’è da rinforzare la fascia), il centrista Peretti detto Beckenbauer, il terzino sciupafemmine Simone Baldelli di Forza Italia - discutono di dribbling e schemi di gioco, e se c’è qualcuno acciaccato si trascina zoppicando fino alle attrezzate salette dei fisioterapisti, un bel massaggio e via, come nuovo, e sono così bravi, i massaggiatori, che devi prenotarti, e mica solo al mercoledì. Ma verso l’una c’è il voto in Aula. Ora di pranzo, dunque: noi deputati abbiamo una gran fame, è umano, no? Quindi, dopo aver schiacciato il feral bottone, tutti a mangiare. E dì corsa, che poi non si trova posto. La scena ricorda un po’ l’intervallo della scuola: una marea umana che si precipita verso uno dei ristoranti - c’è quello self-service, veloce e informale, e l’altro più tradizionale, con i camerieri in livrea, infine il bistrot della buvette. Gli onorevoli si affrettano, corrono, sgomitano, scorciatoiano per garantirsi il tavolo. E insomma, è la pausa pranzo, mica sarà un privilegio, questo. MIRACOLI DEL CALCIO Dopo aver mangiato e digerito, in genere verso le tre del pomeriggio, va in scena quel reality show che è il “question-time”, in pratica un confronto diretto fra governo e parlamentari, approfondiremo più avanti. Prosegue più o meno fino alle quattro e mezza. E comunque non c’è voto, ragion per cui l’Aula è quasi sempre semi vuota, e in quell’ora e mezza si possono sbrigare altre faccende, sempre politiche e parlamentari, per carità. Tanto l’adunata generale - con voto incorporato, questa volta - è per le cinque circa, e prosegue fino alle otto di sera. Sempre che non ci sia qualche partita di calcio: in quel caso, come per magia, alle sei e mezza anche le questioni più complicate si dipanano. Più Totti per tutti. IN CODA AL GUARDAROBA E si arriva al giovedì. Fin dalla mattina, si respira l’aria del fine settimana, i deputati che non sono di Roma e dintorni fanno mente locale e si mettono al telefono per prenotare il volo. Si vota dalle undici del mattino in poi, mal che vada c’è un’altra seduta dopo pranzo, verso le tre. Poi comincia il fuggi-fuggi. Vai in guardaroba - lo trovi poco prima del ristorante - ed è pieno di borse, valigie, trolley, pacchi e quant’altro, dal primo pomeriggio si forma una fila anche di un quarto d’ora. I taxi scaldano i motori, gli onorevoli che hanno prenotato lo stesso volo si raggruppano, «parti adesso anche tu? Allora mi unisco, così spendiamo meno». E poi dicono che non tagliamo le spese. In realtà, qualcuno rimane anche il venerdì. Ma, in tutta onestà, è davvero raro. Sono pochi, in un anno, i venerdì in cui è espressamente richiesta la presenza, chessò, durante la Finanziaria (ne parleremo) o magari per un voto importante in Commissione. Ma, ripeto, sono casi eccezionali, e quando s

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...It's the final countdown
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paoloborrello in 9 Maggio 78.
Danximage in Giornalisti falsari ...
giovanotta in 9 Maggio 78.
pedjolo in 9 Maggio 78.
iNessuno in 9 Maggio 78.
fagnimat in 9 Maggio 78.
PerUnSogno in 9 Maggio 78.
pedjolo in 9 Maggio 78.
EverStill in 9 Maggio 78.
SKYPE: pedjolo
VOIPSTUNT: pedjolo
ICQ: pedjolo
MESSENGER: FranzAmaSusie
E-MAIL: paparena@tiscali.it

martedì 9 Maggio 1978
ripiegato in un bagagliaio
ucciso dalle
Brigate Rosse
col tacito consenso
del potere

spappolato su una ferrovia
ucciso dalla mafia col tacito consenso del potere
categoria:politica, riflessioni, mafia, stop
Quello che sta passando in tv sulla Birmania è l'ennesima notizia sterile e falsa.
E' sterile perché si limita a fornire dati, numeri, informazioni unidirezionali (caratteristica tipica della televisione), senza la possibilità di creare un concreto modo di attivarsi, di fare qualcosa; noi che guardiamo, prima riceviamo, poi ci indignamo e infine assimiliamo, senza fare un cazzo.
E' anche una notizia falsa, o quantomeno lo è in parte: il clamore di una cosa del genere, risveglia non sentimenti di rabbia, ma di angoscia. Diventa quasi scontato pensare "Dio mio, povera Birmania. Anche la natura le si rivolta contro. Poveri cristi!". E invece, l'informazione pilotata, non ricorda una cosa semplicissima: anche nei paesi non poveri o non in via di sviluppo accadono le catastrofi, anche nei ben più benestanti Stati Uniti succedono fatti di questa gravità. Cicloni, bufere, onde anomale... Ma...
Ma evidentemente è più facile bypassare questo, perché potrebbe distogliere l'attenzione e farci pensare che la reazione umanamente più corretta sarebbe urlare "PERCHE' ???". Chiedersi come mai gli uragani in USA non facciano 15 mila morti (accertati), come mai i frequenti terremoti giapponesi non devastino, come mai esistano paesi dove le infrastrutture crollate si rialzano in tempi record e altre dove le macerie diventano parte integrante del paesaggio per decenni.
Ci sarebbe anche da chiedersi perché il TG2 mostri come prima notizia il ritorno alla vittoria sportiva dell'evasore fiscale Valentino Rozzi e come terza la situazione birmana. Ma questa è un'altra problematica, la cui risoluzione lascio volentieri al dio e alla coscienza di questi signori.
categoria:riflessioni, stop, tv , informazione pilotata
Delusi con il continuo finanziamento bi-partisan delle guerre, i lavoratori hanno deciso di esercitare il loro potere politico nei porti, dichiarando quella del primo maggio giornata "No Peace, No Work".
La risoluzione, con la quale è stato indetto lo sciopero, è stata approvata a larga maggioranza nell´ultima assemblea del sindacato, che rappresenta 42.000 operatori portuali. Determinanti sono stati gli interventi appassionati da parte dei veterani del Vietnam.
Ci saranno manifestazioni a sostegno nei porti di San Francisco (California), Seattle e Olympia(Washington). L´azione dei portuali ha anche l´appoggio di altri sindacati, tra cui la federazione degli insegnanti della California e dei postini di New York, oltre a quello di associazioni del movimento contro la guerra, come CodePink e Answer.
Di seguito la traduzione della risoluzione approvata e gli indirizzi ai quali tutti sono invitati ad inviare messaggi di solidarietà.
Sosteniamo i lavoratori impegnati contro la guerra!
U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome
www.peaceandjustice.it
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(International Longshore and Warehouse Union - ILWU)
a San Francisco, California l´8 febbraio 2008
PER AZIONI DEI LAVORATORI
PER FERMARE LA GUERRA
Premesso che
- il 1 maggio 2003, in occasione del Congresso dell´ILWU a San Francisco, sono state approvate delle risoluzioni per esigere la fine della guerra e l´occupazione dell´Iraq;
- l´ILWU è stato in prima linea tra i sindacati ad opporsi a questa guerra e occupazione sanguinosa per il dominio imperiale;
- nonostante tanti sindacati e la stragrande maggioranza del popolo statunitense siano ora contro queste guerre bipartisan e ingiustficabili in Iraq e Afghanistan, i due principali partiti politici, Democratici e Republicani, continuano a finanziare la guerra;
- milioni di persone in tutto il mondo hanno marciato e manifestato contro le guerre in Iraq e Afghanistan senza riuscire a fermarle;
- azioni storiche dell´ILWU presso i porti si dimostrano essere esempi limitati ma significativi di come opporsi a queste guerre come:
1) il rifiuto dei lavoratori della sezione locale N. 10 a caricare bombe per la dittatura cilena nel 1978 e materiali militari per la dittatura salvadoregna nel 1981
2) il rispettare il picchetto contro la guerra organizzato dal sindacato degli insegnanti il 19 maggio 2007 nei confronti della società di operazioni portuali Stevedoring Services of America nel porto di Oakland, California;
- le minacce di bombadamenti aerei statunitensi contro l´Iran o possibili azioni militari in Syria e Pakistan rischiano di provocare l´allargamento della guerra in Medio Oriente;
CHE SIA QUINDI DELIBERATO CHE:
È ora di alzare il livello della protesta del mondo sindacale invitando tutti i sindacati e i lavoratori negli Stati Uniti e nel mondo a mobilitarsi per una giornata "No Peace No Work" il 1 maggio 2008 per 24 ore per esigere la fine immediata delle guerre e delle occupazioni dell´Iraq e dell´Afghanistan e il ritiro delle truppe statunitensi dal Medio Oriente;
CHE SIA INOLTRE DELIBERATO CHE:
Un forte e urgente appello per l´unità di azione sia inviato dall´ILWU all´AFL-CIO, alla "Change to Win Coalition" e a tutte le organizzazioni sindacali internazionali a cui siamo affiliati per porre fine a questa guerra sanguinosa ora e per sempre.
Versione originale della risoluzione in inglese:
www.uslaboragainstwar.org/article.php?id=15428
===========================================
Indirizzi per messaggi di solidarietà:
Bob McEllrath, ILWU International President
Fax: (415) 775-1302 - Email: robert.mcellrath@ilwu.org
Melvin Mackay, ILWU Local 10 (Bay Area) President
Fax: (415) 441-0610 - Email: melmackay@aol.com
Mike Mitre, ILWU Local 13 (L.A./Long Beach) President
Fax: (310) 830-5587 - Email: worldports@earthlink.net
Jeff Smith, ILWU Local 8 (Portland) President
Fax: (503) 224-9311- Email: ilwu8@comcast.net
Conrad Spell, ILWU Local 23 (Tacoma) President
Fax: (253) 383-5612 - Email: local23@callatg.com
Herald Ugles, ILWU Local 19 (Seattle) President
Fax: (206) 623-8136 - Email: ilwulocal19@qwest.net
Jack Heyman, Clarence Thomas, Comitato Primo Maggio ILWU Local 10
jackheyman@comcast.net - thomas-clarence@sbcglobal.net
categoria:appelli, manifestazioni, stop, link e collegamenti
Vaste aree vicine alla centrale furono pesantemente contaminate rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Le repubbliche, adesso separate, di Ucraina, Bielorussia e Russia sono ancora oggi gravate dagli ingenti costi di decontaminazione ed è alta l'incidenza dei tumori e delle malformazioni sugli abitanti della zona colpita. Sul numero delle vittime è ancora aperta una disputa tra le autorità politiche ed amministrative locali e le autorità sanitarie internazionali, e probabilmente non si potrà mai avere un numero certo delle persone che hanno subito le conseguenze di quella radioatività che continua ancora oggi a contaminare i prodotti agricoli che, in barba ai controlli edalle disposizioni internazionali, raggiungono un pò tutti i paesi del mondo.
A Chernobyl oggi, 22 anni dopo il disastro, tra le vie di una città fantasma si aggirano lupi che sopravvivono mangiando cani, rondini albine, gatte che non riescono più a partorire cuccioli maschi, e nonostante tutto nelle foreste la natura inizia a riprendere il possesso di un ambiente ancora fortemente contaminato, Il plutonio impiega 373 mila anni a dimezzare la propria radioattività, e lo fa in modo inquietante.
Secondo una ricerca del professor Anders Moller dell'Università Pierre e Marie Curie di Parigi e di Timothy Mousseau dell'Università della Carolina del Sud di Columbia, gli animali che oggi popolano Chernobyl sono geneticamente devastati dalle radiazioni. Animali di grossa taglia, che prima non abitavano queste zone, oggi sopravvivono grazie a mutazioni genetiche che ne hanno modificato la resistenza e le abitudini alimentari. Come i lupi che stanno ricomparendo nel bosco, di taglia più piccola rispetto a quelli normali: test scientifici hanno dimostrato che il funzionamento dei loro organi è ormai stato geneticamente modificato dalle radiazioni. Ed è questa capacità della natura a riadattarsi che deve essere un monito per la razza umana, probabilmente non indispensabile alla vita del pianeta ed incapace di sopravvivere ai disastri da essa stessa provocati.
* Una razza umana destinata a soccombere all'inqinamento se non invertirà una rotta finalizzata sempre ed unicamente ad incrementare i consumi e con essi i profitti ed il sacro totem del P.I.L.
* Ed è Chernobyl che eve rimanere nella nostra memoria come un ncubo, un fantasma, seempre troppo vicino.
* Il disastro di Chernobyl ci dimostra quali siano i rischi connessi all'utilizzo dell'energia nucleare per scopi civili, scienziati come Rubbia ci insegnano che produrre energia nucleare tra pochissimi anni non sarà più conveniente, ma soprattutto dobbiamo considerare che la ricerca nucleare militare è sempre andata di pari passo con quella civile e nelle ultime guerre l'utilizzo di armi all'uranio impoverito è stata l'unica e più efficace via di smaltimento di tonnellate di materiale radioattivo prodotto per far andarecentrali nucleari.
Rispolveriamo un anniversario dimenticato, in onore alle vittime e nella speranza per il nostro futuro. Claudio (www.infarmazone.org)
SIAMO TUTTI HENRY KISSINGER
TARIFFE ESAGERATE TESSERINA RISERVATA
MILIONI ALL’ARIA
TRASFERTA INUTILE
In questo senso, mi viene in mente il mio primo incontro con Padoa-Schioppa, l’algido e sempre elegante ministrone dell’Economia. Lo vedo in un piccolo supermercato vicino alla mia casa romana, mattino presto, anche lui a fare la spesa. Un saluto timido e in me si rafforza la convinzione: uno che si aggira per gli scaffali vive la realtà di tutti i giorni, vedrai che è l’uomo giusto. E invece – ma questa è un’opinione del tutto personale - con l’andar del tempo mi ricredo: le sue Finanziarie partono in un modo e finiscono in un altro, stritolate da mediazioni e pressioni di partitini e partitoni di governo, ciò che rimane è una gran saccagnata fiscale e via andare. Uno dei miei chiodi fissi è sempre stato quello di esentare dal pagamento del canone Rai gli anziani indigenti sopra i 75 anni, provvedimento magari non epocale ma secondo me simbolico, e comunque gli telefono per perorare la causa. Mi risponde una segretaria, «vuole parlare col ministro? può prima dire a me?», e io le espongo la questione, alla fine chiedendo un appuntamento. Niente da fare, la segretaria risponde che no, l’agenda del ministro è piena, non ha tempo. Mi rivolgo allora al mio capogruppo Bonelli, ma anche lì nisba, è tutto preso a organizzare non so quale spedizione per salvare non so quale foresta, mi sembra quella amazzonica. Risultato: il canone Rai è addirittura aumentato, la foresta amazzonica va scomparendo.
Il meccanismo della Finanziaria è astruso. C’è la prima lettura, dove vengono presentati i provvedimenti e discussi gli emendamenti, si vota e si va. Ma poi il falcone passa all’altro organo parlamentare per la seconda lettura, che è quella più importante, perché si inseriscono le eventuali variazioni e si rivota. Qui ci sarebbe da aprire un altro discorso, quello della sovrapposizione di competenze fra Camera e Senato, l’annoso dibattito sull’inutilità del nostro cosiddetto “bicameralismo perfetto” : non sarebbe più logico e funzionale discuterla una volta sola, ’sta benedetta Finanziaria? Ma rischiamo d’infilarci in un ginepraio, nemmeno ne abbiamo la competenza. In ogni caso, ne consegue che il passaggio fondamentale è la seconda lettura. Nel mio caso, ho vissuto entrambi i brividi. Perché nel mio primo anno da deputato, alla Camera la legge di bilancio arriva in prima lettura. Nel secondo anno, invece, a Montecitorio ci tocca la seconda e più importante. Tra l’altro, se da principio faccio parte del gruppo parlamentare dei Verdi, poi passo a quello di Sinistra Democratica. E qui vale la pena di raccontare la trasmigrazione.
Un giorno mi chiama Pecoraro Scanio e mi convoca d’urgenza, «ci vediamo a casa mia? Devo parlarti di una cosa importante». Subito penso: ecco, arriva il cazziatone. In effetti, c’erano state quelle trasmissioni in cui svelavo qualche onorevole trucchetto, e poi le assemblee in Piemonte dove avevo raccontato dei nostri stipendi altissimi, e i collaboratori di un deputato Verde gli avevano chiesto l’aumento, e insomma questo se l’era presa. Arrivo da Pecoraro: lui abita in un bell’appartamento all’ultimo piano di un palazzo nel centro di Roma, poco lontano dalla stazione Termini, nella zona delle ambasciate e dei consolati. Dalla sua terrazza si gode un panorama magnifico, ci ha anche piazzato una vasca in stile Jacuzzi, così puoi farti l’idromassaggio e cose del genere guardando le stelle, comunque uno spettacolo, e a quel paese le raccomandazioni sui risparmi. Arrivo e dopo i saluti di rito mi spiega: ci sarebbe da aderire a un altro gruppo parlamentare, quello di Sinistra Democratica. Io? «Sì, tu». Il discorso è semplice: il ministro Fabio Mussi e i suoi, in rotta con i Ds soprattutto per via del costituendo Partito Democratico, hanno costituito alla Camera un gruppo parlamentare per conto proprio, chiamato Sinistra Democratica. Solo che adesso dal nuovo gruppo se ne sono andati Grillini e altri due onorevoli, e ci vogliono almeno venti deputati per tenerlo in piedi e avere a disposizione gli uffici e incassare i contributi, e insomma mi par di capire che loro stanno per scendere a diciannove, hanno bisogno di un altro. «Tu fai così - mi dice in sostanza Pecoraro -, aderisci a Sinistra Democratica, il nostro capogruppo ti scrive una bella lettera in cui ti ringrazia per l’adesione tecnica e il gioco è fatto». Spiego che io con Mussi non c’ho mai nemmeno parlato, questo loro capogruppo l’avrò incrociato due volte a dir tanto, e poi non so nemmeno che politica intendano fare, questi. Pecoraro mi tranquillizza, «è solo un’adesione tecnica», e mi aspetta la possibilità di essere candidato alle elezioni europee, potrei diventare subito commissario dei Verdi a Sondrio, che Fi ai Verdi se possono gli sparano, comunque sono offerte che non m’interessano. E allora, volendo, posso cambiare Commissione, ce n’è una che gradisco più della Cultura? Ci penso e decido che va bene, iscrivetemi pure a Sinistra Democratica, per quanto mi riguarda mi piacerebbe la Commissione Affari Esteri, lì ci sono i big. E così succede: io, anticomunista da sempre, mi intruppo con i fuoriusciti dei Ds, questi neanche mi parlano ma mi inviano delle e-mail che cominciano con “Caro compagno”, e la mia “adesione tecnica” mi frutta un posto in Commissione Esteri. Mi arriva la letterina preannunciata: «Caro Roberto, desidero ringraziarti a nome del gruppo parlamentare dei Verdi per la preziosa disponibilità che hai dato nell’iscriverti “tecnicamente” [nella lettera è così, tra virgolette] al gruppo Sinistra Democratica Socialismo Europeo. È stato un atto di importante sensibilità politica che consente al suddetto gruppo di sopravvivere ed evitare lo scioglimento, rafforzando al contempo i rapporti tra noi e il gruppo di Sinistra Democratica. Grazie e un abbraccio». Il trionfo delle idee.
E comunque, per concludere sulla Finanziaria, vista dai Verdi o da Sinistra Democratica, non c’è differenza. I meccanismi sono gli stessi. E allora vien quasi da rivalutare la tanto bistrattata “legge mancia”, quella a volte giustamente sbeffeggiata dai giornali perché distribuisce piccoli finanziamenti a pioggia sul territorio. Ed è vero, le modalità sono un po’ losche, non deve nemmeno passare dall’Aula, se la vedono quattro big di destra e sinistra in Commissione, “una fetta a te, l’altra a me, poi ognuno suddivida come crede”, e così ci trovi le centinaia di migliaia di euro regalate all’ente inutile amico dell’amico. Ma anche l’aiuto essenziale all’associazione meritoria, o il contributo per risistemare il campanile o la piazza del paese. Cose concrete, insomma, se poi qualcuno ci fa la cresta è tutt’altro discorso. Dal canto mio, riesco a far passare una sovvenzione alla onlus “La Prateria” di Paderno Dugnano, 70mila euro a un’organizzazione specialità nell’ippoterapia con i disabili, serviranno anche per la nuova sede. Uno degli atti da deputato di cui vado più fiero.
E poi c’è questo strano rapporto coi giornalisti, anzi i cronisti parlamentari, che vivo in maniera ambivalente essendo anch’io giornalista, sia pur disprezzato da quelli “seri” perché faccio la tivù nazional-popolare, sono quello della “scura Maria”, ricordate? E comunque, il giornalista della grande testata lo riconosci subito, arrivi in Transatlantico e lo vedi pienissimo di seissimo che passeggia a braccetto con il segretario di partito, anzi ormai sembra anche lui un segretario di partito, tutto impettito nel suo vestito elegante. In realtà, l’impressione è che qui a Montecitorio ci venga anche per fare passerella, tanto lui lavora più che altro al telefono, nella sua agenda tiene tutti i numeri che più riservati non si può, di certo ha più confidenza lui con i politici d’alto rango che il 90 per cento dei parlamentari. E infatti molto spesso noi soldati semplici dell’Aula lo veniamo a sapere dai giornali, che il partito intende presentare questo o quel progetto di legge, e soltanto in seguito il ministro viene in Commissione a spiegarcelo. Con noi ad annuire come somarelli.
Ecco, è questo: dichiaro, dunque esisto. Questa è una regola fondamentale. Far circolare sulle agenzie di stampa il nostro pensiero su qualunque argomento, anche quello più lontano dalle nostre effettive competenze, serve a qualcuno per nutrire la propria vanità, ad altri per mettersi in evidenza agli occhi del capo, presente o futuro, e agli stessi capi per dimostrare il loro quotidiano impegno al servizio del Paese. In questo senso, Pecoraro Scanio è ormai leggendario: ricordo un articolo in cui si calcolava che in un solo mese era riuscito a far comparire il suo nome in 133 titoli dell’agenzia Ansa. Un record. Ma non si dica che è l’unico: tutti, compreso me, parlano di tutto e anche del suo contrario. E pure ci parliamo addosso: un deputato rilascia una dichiarazione alle agenzie? Subito si aggiunge quella dell’altro onorevole, poi del capogruppo, quindi esterna il sottosegretario, infine il ministro. Cinque voci sullo stesso argomento per un solo partito, qualcosa passerà.
Ultimamente poi, con tutti questi delitti di cui il pubblico è ghiotto, i giornalisti ti chiamano e chiedono notizie sull’assassino in questione, visto che i parlamentari possono entrare in carcere con la scusa di “controllare come viene trattato il detenuto”. E in realtà, una volta usciti, passano al cronista di riferimento le informazioni necessarie all’articolo - l’omicida pare sereno oppure è turbato, legge romanzi piuttosto che vede i film gialli, in cella fa ginnastica e via dicendo.
In effetti, con questa storia delle inchieste giornalistiche sugli sprechi di Palazzo e anche la continua pubblicazione di intercettazioni telefoniche più o meno sputtananti, la questione è diventata delicata. In questo senso, ero e resto convinto che sia compito della stampa tenere sotto controllo vita e comportamenti di chi ricopre un incarico pubblico. Per questo, eletto da neanche quindici giorni, promuovo la nascita di un “Comitato per la libera pubblicazione delle intercettazioni telefoniche delle inchieste che riguardano il bene pubblico”. Dopo qualche giorno, mi arrendo all’evidenza: messe in fila, le adesioni occupano meno spazio del titolo dell’iniziativa. Tra l’altro, al momento del voto in Aula sul decreto che ne limita la pubblicazione sui giornali, ci saremmo astenuti soltanto in sette, con gli altri onorevoli a fischiarci e a dircene di ogni.
«Eh? Chi? Quale cosa?».
«Ma sì dai, la questione quella lì… Hai capito?».
«No, guarda…».
«La cena, la cena con coso…».
«Ma quale cena? E con chi?».
«Ma tu non sei Poletti?».
«Sì, certo che sono io».
«Ma che telefono è questo?».
«Ma è il mio, mi hai chiamato tu!».
«Ah già. E non dobbiamo andare a cena?».
«Sì, mercoledì sera, non ti preoccupare che me lo ricordo».
«E non viene anche quello di quell’altro partito?».
«Sìì, viene anche lui, e allora?».
«Bé, sai, al telefono…».
«Ma che problema c’è?».
«No, niente, ma di questi tempi è meglio stare coperti, no?».
Ma le denunce su Casta e dintorni provocano altri effetti paradossali. Innanzitutto, dopo ogni privilegio svelato, si susseguono le proposte di legge per eliminarlo, ma costruite in modo da non poter essere tecnicamente accolte, così da ottenere due effetti: per prima cosa sei ripreso dai giornali, per una volta in senso positivo, e poi ti risparmi le occhiatacce di chi di quei privilegi gode. Ma la cosa più divertente - o disarmante - è un’altra. Perché succede, e io ne sono stato testimone diretto, che l’articolo di denuncia su una delle tante assurde franchigie riservate ai deputati sveli a noi stessi onorevoli un vantaggio di cui non sapevamo l’esistenza. E allora ci si informa - «ma è vero che abbiamo diritto anche a questo?» - per poi usufruirne. Almeno fino a quando il beneficio in questione non sarà travolto dal montante disgusto generale.
E passiamo la tivù. Ah, quanto ci piace a noi parlamentari la tivù. A parte quei pazzi delle Iene, che organizzano agguati davanti al Parlamento per farti fare delle gran figuracce, e quando si sparge la voce che sono nei paraggi c’è chi cerca in ogni modo di mimetizzarsi per evitarli. Per il resto, ho spiegato che il mezzo lo conosco, dunque i meccanismi già li avevo compresi. Ma osservati dall’interno, bè, sembra un film comico. E non mi riferisco necessariamente ai pezzi grossi, quelli che vengono invitati a “Porta a porta”, che loro in effetti qualcosa hanno - avrebbero - da dire, comunicare, spiegare, litigare. Parlo ancora una volta di noi peones. Che, tanto per fare un esempio, facciamo a gara per comparire di fianco al segretario durante un’intervista al tg, così ci vedono e facciamo la figura di quelli che contano qualcosa. Un po’ come il famoso disturbatore Paolini. Solo che a noi non ci cacciano.
Non ho mai provato a fumare, nemmeno a fare un tiro come si dice in gergo, perché
ho sempre ritenuto questa cosa dannosa per la mia salute e soprattutto per paura. La paura di non riuscire ad impormi su quello che molti definiscono un vizio dal quale è difficile allontanarsi una volta provato.
A volte mi sento investito di un ruolo importante, quasi divino, di dover aiutare il mio paese, la mia gente, a risollevarsi e a ritrovare la retta via da percorrere. Ma quella vera, senza retorica. Solidarietà locale e globale, uguaglianza, rispetto delle regole, autolimitazione nell'usufrutto di beni e servizi, ecc...
Ma come potrei farlo? Entrando forse in politica?
Il mondo politico, anzi, partitico, che ci ritroviamo oggi mi fa paura, come queste sigarette. Non ci voglio nemmeno provare perché ho troppo timore di cedere progressivamente all'assuefazione che potrebbe darmi la comodità di una poltrona, di una carica, di un titolo, di un gruppo di conoscenze "che contano". Sono italiano, e quindi non ho spina dorsale. Meglio non rischiare.
Intanto, oggi io non sono riuscito a credere al veltroniano "Si può fare". I'M NOT PD. Vorrei pertanto rivolgermi, con un ipotetico appello, a quanti mi hanno insultato e mi insulteranno in questi giorni o anni: se pensate che in questo momento non stia male, vi sbagliate; se pensate che sia stata una scelta facile, vi sbagliate; se pensate che il mio "colore politico" si sia sbiadito perché non ho espresso preferenze, vi sbagliate (credo sia l'opposto).
Infine, se pensate che chi ha vinto queste elezioni lo abbia fatto per colpa di chi si è astenuto o ha annullato la scheda, siete delle merde in malafede, con occhi, orecchie e NASO tappati.
categoria:politica, riflessioni, elezioni, stop
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categoria:politica, riflessioni, elezioni, stop
La fiamma olimpica corre da un posto all'altro, da una grande città ad un'altra, da una nazione all'altra, senza risparmiarne una. Come se nulla fosse successo... "The show Must Go On" gridava Freddie Mercury, il leader dei Queen. Ed è proprio così... Seguono tutti alla parola questo consiglio di Freddie Mercury, noncuranti di ciò che ci succede attorno...
Non basta la violenza e la repressione in Birmania, adesso la Cina usa violenza anche sul Tibet, che vuole l'indipendenza dalla "terra rossa". Non bastano i monaci che hanno ammazzato, ora si aggiunge violenza su violenza, morte a morte. Ma intanto la fiamma olimpica è sempre accesa, non si ferma mai. E con lei non si spegne né si ferma la violenza e l'odio, la distruzione e la morte.
Intanto tutti si chiedono se dobbiamo boicottare le olimpiadi, e tutte le nazioni si chiedono se debba essere boicottato tutto, e lasciare i sogni degli atleti, costruiti per quattro lunghissimi anni, affogare nel sangue innocente sparso nelle mani di demoni carnefici.
La fiamma olimpica, eppur si muove... Bisogna chiedersi se le olimpiadi siano davvero la risposta alle divisioni tra gli uomini, con l'unione di tanti atleti di tutte le città del mondo che si ritrovano a condividere le stesse emozioni; oppure se rappresentino, come tanti di noi credono, una sorta di menefreghismo degli organizzatori per tutto ciò che succede, nonostante tanti manifestanti muoiano per l'ottenimento di un loro sacrosanto diritto... Se così fosse, allora non ci sarà motivo alcuno di seguire questo bellissimo mese di sport che tutti noi abbiamo atteso per quattro anni...
E intanto la fiamma continua, non si ferma, corre, splende sempre, come se niente fosse...
Recentemente, ho sentito una delle pseduo-interviste che la Rai fa a personaggi dello spettacolo e della letteratura in cui l'intervistato ha detto questo: indignarsi ora, perché ci sono le Olimpiadi e puntare il dito contro la Cina perché ora è di moda interessarsene, è ipocrita.
Ha maledettamente ragione, porca miseria.
Comunque, per quel che mi riguarda, non seguirò le gare olimpiche, anche perché sta calando drasticamente la mia passione sportiva per qualsiasi disciplina, dal calcio al curling. E questo a causa della morte di qualsiasi contatto, da parte di atleti e società, con il mondo reale e con le problematiche sociali che proprio lo sport dovrebbe cercare di affrontare.
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